Il centrocampista del Parma racconta il suo percorso, i sacrifici familiari e la sua risposta al razzismo.
Mandela Keita, centrocampista del Parma nato nel 2002, si è affermato come una delle rivelazioni della stagione, attirando l’interesse di diversi club di Serie A. In un’intervista alla “Gazzetta dello Sport”, il giovane calciatore ha condiviso la sua storia, sottolineando i sacrifici fatti dalla sua famiglia per permettergli di raggiungere traguardi importanti. “Sono cresciuto solo con mia madre,” ha rivelato Keita. “Ho visto cose che un bambino non dovrebbe vedere, mia madre che faceva due lavori e, poiché i soldi scarseggiavano, a volte rinunciava a mangiare per darmi il cibo. Ora, oltre a lei, ho due fratelli gemelli e una sorella, e mi sento il capofamiglia. Loro non sono solo i miei fratelli, sono i miei piccoli. Il calcio è uno strumento per guadagnare e per garantire il benessere della mia famiglia.”
La sua risposta al razzismo
Keita ha anche affrontato il tema del razzismo nel calcio: “Cosa rispondo? Nulla, rispondo con un sorriso. Credo sia l’unico modo per contrastare chi la pensa così.” Ha poi spiegato l’origine del suo nome, un omaggio a Nelson Mandela: “Mia madre lo considerava un idolo, e lo è anche per me. Sconfiggere l’apartheid in Sudafrica non deve essere stato facile.”

